GIORDANIA. Fouad e Mohammad raccontano il loro esilio e la vita nei campi Unrwa di Amman

«Se Dio vuole ritorneremo a casa. Ho una casa qua ad Amman, ma se domani ci fosse la pace, lascerei tutto e tornerei immediatamente in Palestina» racconta Fouad. Lui e Mohammad sono originari di Gerico, dalla quale sono venuti via nel 1967, durante la guerra dei Sei Giorni. Dal 1968 la loro casa è nel campo profughi di Marka, a circa 10 chilometri a nord-est di Amman.

Il totale dei profughi palestinesi registrati che risiedono in Giordania è di 2,39 milioni, il 18% nei campi profughi. La maggior parte possiede passaporto giordano oltre allo status di rifugiati. A Marka, uno dei cinque campi nella provincia di Amman, vivono oltre 60mila rifugiati (dati Unrwa aggiornati al 2023), provenienti per la maggior parte da Gaza. Mohammad ci accoglie a casa sua, nelle strade del campo che negli anni ha abbandonato, prima le tende, poi le capanne di legno per approdare alla muratura; sono case spesso incomplete, con fili scoperti, pavimenti lasciati a metà, finestre isolate poco e male, infissi precari. Alle strade e all’elettricità ha provveduto Unrwa, al resto i profughi stessi. Nel salotto sono esposti i dipinti di Mohammad, che prima della pensione è stato professore di inglese: in quasi tutti c’è la sagoma della Palestina, alle volte integra alle volte distrutta dalla violenza; sulla cornice di uno di questi è appesa la chiave della sua casa a Gerico, quella a cui sa con certezza che farà ritorno.

«Non odiamo gli ebrei, potremmo vivere in pace. Odiamo i sionisti. I criminali. Stanno morendo donne, anziani, bambini, bombardano gli ospedali e le case» continua Fouad nel suo racconto. Quanto successo in Italia con lo sciopero del 23 settembre è arrivato «Sanche a loro «ho visto quello che è successo, è molto bello, ma non basta». La moglie di Mohammad è di Gaza, parte della sua famiglia si trova ancora lì, il fratello è in ospedale ma sembra stare bene. Il problema principale del campo di Marka, ma in generale di tutti quelli con altra concentrazione di «ex-gazans» riguarda proprio il loro status: chi proviene da Gaza ha passaporto temporaneo e senza un numero identificativo non si può accedere alla maggior parte delle posizioni nel settore pubblico, hanno diritti di proprietà limitati, come limitato è l’accesso al Jordanian National Aid Fund, alle università (le scuole Unrwa coprono fino alle superiori) e all’assicurazione sanitaria. Questo rende più semplice capire come, sempre nel 2023, 614 famiglie registrate nel campo di Marka vivessero in condizioni di estrema povertà, una situazione che non può certo essere migliorata visti i pesanti tagli ai fondi dell’Agenzia. Anche il campo di Baqa’a nasce in seguito ai fatti del 1967, per ospitare parte dei 250mila rifugiati palestinesi dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Anche a Baqa’a non si vedono tende, sostituite orami da decenni, prima con prefabbricati forniti dall’Agenzia Onu, poi case in muratura costruite dai rifugiati stessi. A oggi questo campo, a 20 chilometri a nord di Amman, è il più grande nel paese, con oltre 131,630 rifugiati registrati (nel 2023).

In pratica la loro vita si svolge quasi interamente al suo interno, non che sia proibito uscire o entrare, ma avviene con poca frequenza: mercato, 16 scuole e due Health centers Unrwa sono i teatri principali. Visitiamo entrambi accompagnati da funzionari dell’Agenzia. Negli Health Centers l’attenzione è concentrata in modo particolare, sull’assistenza alla maternità, durante e dopo la gravidanza, essendo le nascite nel campo 170 al mese. Non è raro poi che a rimanere incinte siano ragazze molto giovani, intorno ai 16 anni, per questo sono state attivate delle campagne di sensibilizzazione per prevenire i matrimoni precoci, che sono spesso la soluzione in questi casi. Nella scuola femminile che visitiamo Lara, Shad, Mirna e Neda (che hanno tra gli 11 e i 13 anni) ci parlano dei loro progetti all’interno del «Parlamento degli studenti», tutti progetti che hanno al centro il dialogo e la mediazione, ma anche l’ambiente, la tecnologia e la cura per il prossimo. «Le persone devono parlare dei loro problemi, questo migliora la scuola e la società» spiegano le ragazze con la determinazione e la sicurezza di chi già ha capito quanto lo studio e l’ascolto del prossimo siano strumenti essenziali di riscatto e di pacificazione.

Questo articolo è uscito su Toscana Oggi (versione cartacea) il 5 Ottobre 2025

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