In Siria, nel dicembre 2024, il trionfo di Ahmed Al-Sharaa (precedentemente noto con il nome di battaglia Al Jolani), leader del gruppo Hayat Tahrir al-Sham, ha rovesciato il regime di Bashar Al Assad, ponendo fine a 13 anni di sanguinosa guerra civile, iniziata con le rivolte contro il regime baathista nel marzo 2011. Al-Sharaa ha quindi assunto il ruolo di capo del governo ad interim, affermando di voler portare stabilità nel Paese e risollevare un’economia distrutta da anni di ostilità e sanzioni.

Durante il conflitto, Libano e Giordania – insieme alla Turchia – sono stati i principali Paesi di arrivo per i profughi siriani.
A gennaio 2024, secondo l’Unhcr, in Giordania i siriani risiedevano prevalentemente nei campi profughi di Zaatari (65 mila persone), il più grande, a 10 km a est di Mafraq, e di Azraq (42 mila persone), istituito nel 2014 per alleviare la pressione su Zaatari, attivo dal 2012. Complessivamente erano 1,3 milioni i siriani presenti in Giordania, di cui oltre 600 mila registrati con l’Unhcr. Nei campi di Zaatari e Azraq, l’Unhcr collabora con ONG locali e internazionali per la fornitura di beni essenziali e, dal 2020, ha avviato la modernizzazione degli aiuti finanziari, affrontando le difficoltà legali dei rifugiati nell’accesso ai servizi bancari. Ma dal 2024 la situazione è peggiorata: l’aumento della disoccupazione in un’economia giordana stagnante si è accompagnato a un calo dell’assistenza internazionale. Inoltre, i costi dei permessi di lavoro sono passati da 10 a cifre tra i 500 e i 1.200 dinari giordani (600–1.400 euro) l’anno, mentre sono state irrigidite le pene per il lavoro informale. L’aumento del costo della vita e la riduzione degli aiuti hanno spinto molti rifugiati a contrarre debiti. Le difficoltà sono aggravate dai pesanti tagli a Usaid decisi dall’amministrazione Trump, che hanno colpito gran parte dei progetti umanitari in Medio Oriente.

In Libano, tra il 2014 e il 2016, sono arrivati 1,5 milioni di rifugiati siriani, generando tensioni nelle aree più povere del Paese, già segnato dalla presenza di oltre mezzo milione di palestinesi e, dal 2019, da una profonda crisi economica e politica. In questo contesto si rivelò fondamentale la cooperazione di Unicef, Unhcr e Wfp, che hanno elaborato programmi di sostegno alla nutrizione, alla vaccinazione e all’istruzione dei rifugiati, contribuendo alla stabilità del Paese. Unicef ha svolto un ruolo cruciale nel garantire l’accesso all’istruzione, formale e informale, a bambini e adolescenti nei campi profughi, considerata una via di dignità e riscatto. In Giordania, oltre 33.000 minori hanno potuto frequentare scuole e percorsi educativi negli anni passati. I fatti del dicembre 2024 e la nuova guida della Siria, uniti alle difficili condizioni di vita nei campi, hanno spinto molti a voler tornare. In Giordania circa il 41% dei rifugiati ha espresso questa volontà. Dall’8 dicembre 2024 al settembre 2025, circa 238 mila siriani hanno lasciato il Libano e 148 mila la Giordania; altri 114 mila hanno chiesto il supporto delle Nazioni Unite per il ritorno volontario. L’entusiasmo però è stato altalenante. Le elezioni della fase di transizione, previste tra il 14 e il 20 settembre, sono state rinviate al 5 ottobre.

La scelta di mantenerle non dirette ha suscitato forte malcontento, aggravato dalla persistente influenza dei sostenitori di Assad, attualmente rifugiato in Russia, e dalle tensioni interne, come quelle esplose nel luglio scorso nel governatorato druso di Suwayda.

Questo articolo è uscito su Toscana Oggi (versione cartacea) il 28 Settembre 2025