Intervista al nunzio apostolico in Giordania e a Cipro, mons. Giovanni Pietro Dal Toso

L’accordo per il cessate il fuoco, finalmente, è stato raggiunto. I bambini di Gaza, lo hanno capito e festeggiano e ridono tra le strade, con intorno palazzi distrutti.

Festeggiano anche i parenti degli ostaggi israeliani rimasti in vita, che speravano in un accordo per ritrovare i loro cari.

Tuttavia, il 7 ottobre e i quasi 1200 israeliani uccisi o presi in ostaggio; la guerra a Gaza, con i 67 mila palestinesi uccisi fin qui accertati, i tanti dispersi, le decine di migliaia di feriti e moltissimi amputati, la distruzione totale di un territorio, non può essere dimenticato.

Rimangono delle domande: Cosa resta della dignità umana a Gaza, quando un’intera popolazione viene trattata come “un danno collaterale”?  Cosa resta del diritto internazionale?

Di fronte al silenzio di molti politici e governanti, molte persone, sono scese in strada, anche in Italia, per affermare il valore e la difesa della dignità umana, anche a Gaza.

La voce della Chiesa, pur flebile agli orecchi del mondo, ha continuato ad indicare una strada diversa, non ideologica, non di parte, ma umana. E profetica.

In questa cornice si colloca il ruolo – delicatissimo e spesso misconosciuto – della Santa Sede in Medio Oriente. In particolare, delle nunziature apostoliche in luoghi-chiave dell’area. E proprio a partire da questo osservatorio cruciale, la nostra testata ha avuto l’opportunità di ascoltare, ad Amman, le parole di chi vive questo dramma in prima linea: il Nunzio apostolico in Giordania e a Cipro, mons. Giovanni Pietro Dal Toso. Lo abbiamo incontrato pochi giorni prima del cessate il fuoco concordato a Sharm el-Sheikh e le sue parole assumono semmai un valore ancor più grande, per il tempo perduto su quel cammino, ancora da proseguire, fino al traguardo della pace.

Può la vita della Chiesa svolgersi nella storia senza essere condizionata dalla vicenda umana e senza essere a sua volta protagonista e testimone all’interno della stessa vicenda. Come risponde a questa domanda dalla terra dove il Figlio di Dio ha ricevuto il battesimo da un uomo, ricevendo dunque i diritti e i doveri della comunità cristiana?

«Va da sé – ci ha detto con fermezza il Nunzio – che la Chiesa non può prescindere dalla comunità umana, per un motivo molto semplice: la Chiesa è fatta di uomini. E vive, quindi, direttamente la storia degli uomini.  Questo ha anche una ragione teologica, è stato già il Concilio di Calcedonia ad affermare che Gesù è diventato Uomo, cioè il Figlio di Dio è diventato Uomo.”

È, dunque, in questo incrocio fra incarnazione e storia che si radica l’azione della Santa Sede, ed anche del suo corpo diplomatico.

«Gesù è vero Dio e vero Uomo, – ha proseguito il Nunzio – e quindi non si può scindere il cristiano dall’uomo. Il cristiano è un uomo che vive la verità del suo tempo, è condizionato dalla verità del suo tempo, ma sa anche di essere portatore di un messaggio che supera il tempo».

Papa Leone XIV in una sua omelia ha parlato di una speranza piena di immortalità, definendola una speranza disarmata, un atteggiamento che rifiuta la violenza e sceglie la forza mite del Vangelo. Come fare in modo che questa speranza disarmata non resti solo un concetto spirituale e diventi impegno concreto nei contesti segnati dal conflitto?

«Voglio rispondere ricordando quanto hanno scritto i Vescovi della Terra Santa, all’inizio dell’Anno Giubilare. In una situazione di conflitto e di enorme sofferenza che stiamo vivendo in Israele e Palestina i vescovi hanno fatto riferimento alla virtù della speranza, indicando anche alcuni segni concreti che ci sono. La forza del cristianesimo, e può sembrare paradossale, sta esattamente nel tenere viva, proprio nella sofferenza, la speranza e può farlo perché Gesù ha vinto la morte e nella sua resurrezione c’è il seme della speranza che il male prima e poi verrà superato.»

È allora doveroso ricordare, da parte nostra, che nel tempo presente, proprio nel tempo di conflitto a Gaza, la Chiesa anche attraverso la voce dei suoi rappresentanti non ha mancato di riaffermare cinque punti cardine: la liberazione degli ostaggila fine del conflittol’assistenza umanitariala liberazione dei prigionieri, e soprattutto la soluzione dei due Stati.

La Chiesa ha affermato questi punti fin dall’inizio. Sono rimasti, purtroppo, per lungo tempo inascoltati.

Gaza prima dell’ultima guerra ©Zaher Wael

Adesso il cessate il fuoco a Gaza sottolinea, semmai, solo il tempo perduto.

Intanto dalla riva del Giordano, dove il Figlio di Dio ricevette il battesimo da un uomo, si alza allora una domanda antica: “Sentinella, quanto resta della notte?”. È anche la domanda che abbiamo rivolto a mons. Dal Toso, chiedendogli che cosa si ascolti oggi, nel deserto della storia. La risposta è stata limpida.

«Mi guardo intorno, e vedo molti segni preoccupanti. Stiamo assistendo a un cambiamento culturale radicale, non sappiamo dove ci porterà. Non sappiamo quanto durerà questa notte – riflette il Nunzio – ma sappiamo, da cristiani, che la notte non è eterna. Mi piace parlare di aurora: anche nel deserto, come quello del Giordano, dove tutto sembra muto, c’è una voce che chiama alla speranza».

Nelle parole del Nunzio c’è anche amarezza, perché è consapevole della portata storica di quanto è avvenuto e sta avvenendo, ma non c’è rassegnazione. Oltre la denuncia, c’è la presenza. Una presenza incarnata, silenziosa, ostinata, della Chiesa nei luoghi della crisi. Dove la sofferenza investe tutti e di tutte le fedi.

In Medio Oriente, culla del cristianesimo, la fede cristiana non è un’idea astratta, è carne e sangue. La presenza cristiana in questa terra non è solo religiosa, ma culturale, storica, umana.

Nel cuore della Palestina, tra Gaza, Gerusalemme e Betlemme, vivono ancora comunità cristiane storiche, ma di molto ridotte. La riduzione dei cristiani, della loro presenza religiosa e della loro testimonianza di valori umani e spirituali universali, è un dato per tutti negativo. Il termine stesso, cristianità (dal latino Christianus, e dal greco Χριστιανός) richiama al cuore di ciò che oggi si rischia di perdere: l’amore per il prossimo, la dignità della persona, la libertà, la responsabilità individuale.

Valori che non appartengono solo ai cristiani, ma che la tradizione cristiana ha coltivato per secoli come patrimonio comune dell’umanità. Perderli, significa smarrire qualcosa di essenziale. Ed è un’offesa alla memoria, alla cultura, e anche alla storia millenaria di coabitazione tra le fedi in Medio Oriente.

Il compito della Chiesa, anche in Medio Oriente, non è allora aspettare che sorga il sole: è essere fiaccola nella notte. Ecco perché, in mezzo alla crisi, resta centrale il compito dell’evangelizzazione. A Cipro, prima Chiesa dell’Occidente, Paolo mosse i suoi primi passi apostolici.

Cipro prima Chiesa, prima ancora di Gerusalemme. La consolazione e l’accoglienza di Barnaba ha consentito a Paolo di rialzarsi e di iniziare la predicazione di Cristo nel mondo. Dove è possibile oggi trovare un tale carisma?

«Io penso che anche oggi siano all’opera diverse realtà che portano avanti l’evangelizzazione in maniera convinta. È vero, si parla di crisi, soprattutto in Occidente, di minore partecipazione alla vita della Chiesa. Ma il Vangelo è un messaggio di speranza, di bene, di cui l’uomo ha profondamente bisogno. Ogni uomo ha bisogno di sentirsi perdonato e amato da Dio. Il Signore stesso suscita in ogni epoca forze e iniziative per portare avanti questo messaggio, nel piccolo e nel grande».

Mons. Dal Toso ha poi ricordato come Papa Leone XIV, rivolgendosi ai vescovi di recente nomina, abbia chiesto esplicitamente di “fare conto sui laici, soprattutto quelli provenienti dai movimenti ecclesiali, per sostenere l’evangelizzazione” e di come “l’evangelizzazione non è mai stata una strategia, ma un annuncio di speranza in tempi di disperazione. Oggi, è urgente come non mai”.

La storia giudicherà questi anni. Giudicherà il silenzio e le complicità. Ma giudicherà anche chi ha avuto il coraggio di alzare la voce.

La Chiesa, pur con i suoi limiti, continua a stare in Medio Oriente dove l’uomo soffre. Non è neutralità. Ed è, oggi più che mai, la voce che ricorda a tutti – credenti e non – che il sangue dell’innocente grida, e che non ci sarà pace senza giustizia. Continua a stare nei luoghi del martirio, conscia del seme della  speranza, anche quando il mondo preferisce non ascoltare.

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale Cammino Siracusano il 9 Ottobre 2025

Autore