Monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico emerito dell’Anatolia, legge il recente viaggio del Papa in Turchia
Non è stata una semplice visita dal valore soltanto simbolico. Il recente viaggio di papa Leone XIV in Turchia dal 27 al 30 novembre, nel cuore di una regione attraversata da tensioni religiose e geopolitiche, ha segnato un passaggio decisivo per il dialogo tra le Chiese, le religioni e per il ruolo internazionale della Santa Sede. L’occasione è stato il ricordo dei 1700 anni dal Concilio di Nicea, il primo ecumenico della storia. Da quell’assise nacque il “Credo” che, completato dal Concilio di Costantinopoli del 381, è diventato la carta d’identità della fede in Gesù Cristo professata dalla Chiesa. Spiccano dal programma di questa prima parte del viaggio papale in Medio Oriente, che lo ha portato poi in Libano, l’incontro ecumenico di preghiera nei pressi degli scavi della Basilica di San Neofito a İznik, a Nicea. Ma anche la firma di una Dichiarazione congiunta con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, nel Palazzo Patriarcale a Istanbul e la visita alla Sultan Ahmet Camii, meglio conosciuta come Moschea Blu, una delle più importanti moschee di Istanbul, che già aveva visto sotto le sue volte e i suoi suggestivi mosaici due Papi: Benedetto XVI e Francesco. In Turchia i cristiani sono circa lo 0,2% della popolazione, per il 99% musulmana. A leggere il significato profondo della visita papale è monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico emerito dell’Anatolia ed ex presidente di Caritas Turchia, profondo conoscitore del cristianesimo orientale e del mondo turco. Un Paese “affascinante e generoso”, mosaico di tante realtà religiose.
Monsignor Bizzeti, cosa ha rappresentato la visita in Turchia di papa Leone XIV?
Questo viaggio affonda le sue radici nel pontificato di Papa Francesco, che lo aveva messo in cantiere su sollecitazione dei vescovi della Turchia. Papa Leone ha scelto di proseguirlo con il suo stile, ma in piena continuità pastorale e operativa. Non si è trattato di una semplice successione di incontri, bensì di offrire una linea ecclesiale, tanto più in un paese in cui i cattolici e i cristiani sono una esigua minoranza, che mira ad essere sale e lievito nella società turca, aperti sempre al dialogo
Le celebrazioni dei 1700 anni dal Concilio di Nicea è stato il cuore simbolico della visita. Cosa significa oggi quell’evento che può sembrare così lontano?
Il ricordo storico del Concilio di Nicea non è stato evocato come una memoria da museo. Il Papa ha voluto considerare Nicea guardando all’oggi. Se allora fu possibile ritrovarsi e camminare insieme, può esserlo anche oggi. Per questo non ha incontrato solo il Patriarca Bartolomeo, ma ha coinvolto anche le Chiese armena, siriaca e altre realtà cristiane orientali. C’è stato un allargamento significativo del senso ecumenico della visita. Papa Leone ha cercato di ravvivare lo spirito che animò i padri conciliari di allora: esprimere in termini e categorie nuove la propria fede, cercando ciò che unisce.
Colpisce l’accoglienza riservata dalle autorità turche. È stato un segnale politico?
Senza dubbio. La Turchia ha voluto presentarsi anche in questa occasione come un attore di mediazione in Medio Oriente e nel mondo, non schierato rigidamente con una parte o con l’altra. L’accoglienza è andata ben oltre le attese: la Messa nella Volkswagen Arena, è stata una celebrazione cristiana per la prima volta fuori dalle chiese, dopo oltre un secolo, e le autorità turche si sono coinvolte oltre ogni aspettativa. Per esempio, da parte della televisione di Stato c’è stata una copertura totale degli eventi, nella produzione, nella messa in onda in diretta e anche nella trasmissione del segnale ad altre tv e broadcaster stranieri. Non solo gesti formali, ma una scelta chiara di dare visibilità a un evento cristiano di portata storica. Il viaggio del Papa ha mostrato a tutto il popolo, soprattutto e anche grazie alla tv pubblica, un passato della Turchia più complesso e plurale rispetto a una visione monolitica dell’identità turca di matrice musulmana.
Cosa hanno lasciato i gesti, gli incontri e le parole del Papa alle comunità cattoliche e cristiane?
Penso che tutti sono stati rafforzati nella fede, si sono sentiti visitati dall’unico Signore, rafforzati nell’appartenenza all’unico Gesù. Naturalmente questo comporta adesso un grande senso di responsabilità per esprimere la fede cristiana in un modo adatto al mondo di oggi, inculturato, in un contesto plurale, abbandonando il proselitismo del passato e impegnandosi a rimuovere gli ostacoli in modo da arrivare almeno a celebrare la santa Pasqua.
Questo viaggio parla anche alla geopolitica del Medio Oriente?
Certamente. La Turchia sta recuperando un ruolo centrale: in Siria ha una presenza determinante, dialoga in posizione di parità con Israele, senza lasciarsi intimorire, come forse succede in Europa, ed è tornata ad avere buoni rapporti con gli Stati Uniti. In questo contesto Papa Leone ha scelto una linea di equilibrio, evitando schieramenti provocatori ma senza rinunciare alla chiarezza, come dimostrano i richiami al Libano e le parole coraggiose sul conflitto in corso e sulla necessità di incrementare la pace e il pluralismo anche all’interno del Paese.
Si è trattato insomma di una Visita, conclude monsignor Bizzeti, che «non chiude una stagione, ma ne apre una nuova»: nel dialogo tra le Chiese e tra le religioni, nella difficile ricerca di pace in una regione cruciale del mondo.